VIB/7 - “Via di quà; ecco la mia meta”. La storia della tweed ride.

VIB/7 – “Via di quà; ecco la mia meta”. La storia della tweed ride.

di Ferruccio Ciferni – Tweed Ride Italia

“Via di quà; ecco la mia meta”. Nell’annuncio del protagonista del racconto di Kafka La Partenza risuona l’universale della condizione umana, quell’andar via a cui non occorre una destinazione, poiché è già meta di per sé: la morte, ineluttabile, inconcepibile, inconoscibile, eppure evento-limite che conferisce alla vita il senso più autentico.

Se sono qui a raccontarVi la mia esperienza di vita, è a causa della morte e a tutto quello che da essa, per paradosso, nasce e si trasforma in qualcosa di nuovo e meno spaventoso.

Ma andiamo per ordine. Voi volete sapere cos’è un tweed ride. Vi darò prima una risposta empirica, basata sui fatti e la pratica che si riassume nel nostro sottotitolo istituzionale: il tweed ride è “una pedalata urbana con un tocco di stile”. Ma questa è solo la scorza del tutto. La verità è che il tweed ride è arrivato in Italia perché a me serviva qualcosa per dare un senso alla mia personale meta. E’ il mio modo di conferire a quell’evento-limite di cui vi accennavo all’inizio un senso. Dare un senso alla fine o alle molteplici fini che ci accompagnano lungo la nostra esistenza terrena.

Devo – per farvi capire – raccontare un po’ della mia vita. Tranquilli cercherò di essere breve!!
Il 15 maggio 1977 un bimbo preso il coraggio a due mani – anzi manopole della sua bici rossa fiammante – si lanciò giù per la delicata discesa che separava la sua casa dalla piccola piazzetta dove lo aspettavano genitori e amici, per tagliare il traguardo del «senza rotelle»!

Quel momento è quanto rimane dell’infanzia di ogni adulto – o almeno della mia – è un mondo di poesia vivente e palpabile, che continua ad esercitare su di noi il suo fascino e sul mio Tweed Ride l’aspettativa di ricrearlo ad ogni nostro evento. Ad attendermi all’arrivo c’era anche mio padre, era il ‘77 io avevo 3 anni e mio padre 36. Da lì a 14 anni mio padre ci avrebbe lasciato per un tumore al fegato. Negli anni a seguire avrei già iniziato a conoscere la morte, tuttavia perdere mio padre a 16 anni mi ha inevitabilmente segnato la vita. Novello Amleto mi ritrovavo a dover decidere tra “essere e non essere” tra lasciarmi andare al dolore oppure reagire. Per un po’ rimasi inerme poi il tempo, gli amici e le canzoni di Neil Young suturarono le mie ferite.

A prendere il posto di mio padre ci pensò mio zio. Zio è un artista, negli anni ‘70 fa il pittore e io passo con lui, tra tele pennelli e colori ad olio, buona parte dei miei primi cinque anni di vita. Posso dire di aver vissuto da bohemien senza saperlo fin dall’infanzia e anche questa esperienza mi ha formato. Spesso mi sono trovato a pensare che ho passato più tempo della mia vita con zio che con papà. Zio era con me quando a Parigi – dove papà era ricoverato per un ultimo tentativo di salvezza – andai a salutare papà che stava morendo in un letto di ospedale. Zio c’era quando con la pittura iniziai a rinascere per la prima volta. C’era quando 10 anni fa poggiamo la prima pietra del collettivo dei Raminghi, il mio primo gruppo di anarcho-letterati che avrebbe posto le basi anche per il Tweed Ride futuro. Quando sono andato a vivere da solo con la mia compagna zio ci ha montato le mensole in cucina ed è stato il primo ospite a mangiare con noi nella nostra prima casa. Zio c’era, nella sua semplicità silenziosa.

Quando quatto anni fa zio si ammala a sua volta dell’ennesimo male incurabile di famiglia io non posso lasciarlo solo. Non ho la patente – la sto prendendo ora ma vi spiego dopo perché – mi sono sempre mosso solo in bici o a piedi anche per tanti km; non mi pesa. Lo stargli vicino, il ripagarlo dell’amore che mi aveva sempre dato è stato per me un gesto fortemente voluto oltre che dovuto. Ma non per questo meno doloroso. Staccavo all’una dalla libreria dove lavoro, prendevo la bicicletta e mi facevo il mio personale percorso del dolore fino all’ospedale; mi curavo di zio al mio meglio e poi il ritorno sempre in bici al lavoro. Dopo un paio di settimane mi sono accorto che quel lasso di tempo che passavo dalla libreria all’ospedale, mi liberava la mente, era quasi un mantra in movimento: la bicicletta sapeva la strada e andava da sé; così io staccavo la testa per quei 15 minuti e mi sentivo meglio.

Ho cercato in Google qualcosa che mettesse in relazione la bici con uno stato di tranquillità, di benessere, e tra i tanti link che sono usciti, ne è comparso uno che metteva insieme due mie passioni: bici+Inghilterra= Tweed Run.

Si tratta di un evento, inventato nel 2009, che unisce lo spirito british all’amore per la bici. In realtà si ispira all’Eroica ambientandola in un contesto urbano. Con il nostro Tweed Ride non abbiamo fatto altro che riportare questa idea in Italia, sul mare di Pescara, così chiudendo il cerchio. Scrissi ormai 3 anni e passa fa all’ideatore del Tweed Run, dicendo che mi piaceva tantissimo e che avrei voluto farlo in Italia. Lui è sembrato molto spocchioso e, in più, ha fatto presente che c’era un problema di copyright. Mi ha consigliato di realizzare l’idea ma di cambiargli nome. Al posto di Run abbiamo usato Ride e così è nato dapprima il Tweed Ride Pescara poi diventato Italia. Alla prima edizione contavamo di essere una decina; l’idea era quella di passare sotto l’ospedale di zio per portargli un po’ di buonumore a forza di scampanellii e gente vestita strana: nulla di nuovo per lui, negli anni ‘70 faceva di peggio ma questa è un’altra storia! La prima uscita alla fine contava più di 40 ciclisti tweed, un risultato inaspettato. Forse avevo trovato un modo diverso ma pieno di essere per me e per quelle persone che davvero inaspettatamente avevano animato quel nostro primo tentativo di Tweed Ride.

Zio alla fine non c’è l’ha fatta e dopo poco più di dodici mesi di lotta ci ha lasciati una domenica mattina di maggio. Da quel giorno mi sono preso l’impegno di portare un po’ di felicità nella vita delle persone con il Tweed Ride Italia e di cercare anche insieme a chi partecipa ai nostri eventi di dare una mano concreta alla lotta contro il cancro. Da quel primo tweed ride ne sono passati molti altri, sempre più vivi e carichi di esperienze di vita forti; tanti nuovi amici, una vita piena come l’aveva vissuta zio e questo si sente, aleggia in ogni nostro evento ed è per questo che, nel nostro piccolo, abbiamo successo e riusciamo a fare con semplicità qualcosa di buono per il prossimo: almeno è questo quello che mi piace pensare!

Ormai siamo esplosi, mai come in questo 2013 siamo stati attivi con Tweed Ride in tutta Italia, penso al bellissimo tweed primaverile di Roma, ai più recenti milanesi con gli sponsor “che non sono solo sponsor” che in questi anni abbiamo conquistato; alla bella esperienza con i cugini chietini e i nuovi amici di Padova e Verona. La bici tweed è partita e pare non si voglia fermare più e questo è un bene per tutti credo.
Continuo ad andare in bici quotidianamente, è una scelta di vita, e sapere di non pedalare da solo e di aver conquistato tanti amici con il mio Tweed Ride mi fa affrontare meglio la vita e di questo Vi ringrazio. Fra poco però prenderò la patente perché dopo la morte c’è sempre la rinascita e a breve con la mia compagna diventeremo genitori, arriva il nostro primo figlio! Non so se sarò un buon padre, so però che mi piacerebbe essere il silenzioso genitore che è stato per me mio Zio Gianni. L’uomo più tweed che ho conosciuto! Artista, senza patente bicimunito e cultore dei baffi!

Ferruccio Ciferni

[Ciclobiografia]
Ferruccio Ciferni, 39 anni: Essere umano. Sognatore; librario; narratore di storie; ciclista vintage. Vive a Pescara con Emanuela la sua compagna, Birbino peluche mascotte del Tweed Ride Italia, 5 bici e… “I’m a dreamin’ man, Yes that’s my problem” cit. Neil Young

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