Silvia, Parigi e il Velib

Silvia, Parigi e il Velib

di Silvia Poti

Parigi. Autunno. Ci prepariamo tutti per andare alla festa di compleanno a casa di Giulia. Sono tornata in questa città solo per qualche giorno. Come al solito, però, qui il tempo sembra fermarsi e insieme correre più in fretta, facendoti intravedere il futuro e le possibilità di cambiamento.

Per andare da Giulia prendiamo al volo il tram che attraversa Boulevard Jourdan, passiamo davanti alla Cité Universitaire (ci scappa un urlo di gioia) e scendiamo alla fermata dopo, felici nei nostri cappotti colorati e le bottiglie di vino in mano. Tra vetri veneziani, maschere africane, statue di pietra bianca, tende viola, il verde lussureggiante delle piante, calici trasparenti e sempre pieni, focacce da assaggiare, i miei amici si mettono d’accordo per andare – come ogni domenica, dicono loro – a correre sul lungosenna. Naturalmente, figurarsi, non ho portato con me le scarpe da ginnastica, e a dirla tutta non è che abbia tanta voglia di mettermi a sudare, con tutto quello che potrei fare nei miei pochi giorni di vita francese. Ma Teresa ha la soluzione per ogni cosa, come sempre: “tu puoi seguirci in velib’!”. Non tocco un velib’ da… vabbe’, lasciamo perdere. E neanche quando vivevo qui non è che le usassi più di tanto. Si tratta del sistema di bike sharing attivo nella città dal 2007. Da allora la Mairie de Paris ha progettato e realizzato molte piste ciclabili per favorire la circolazione sulle due ruote. È un’occasione unica, mi dicono. Intanto, dallo schermo bianco di Giulia fanno capolino nientepocodimenoche Raffaella Carrà e Donatella Rettore: si sono ufficialmente aperte le danze.

Il mattino dopo, a mente fresca dopo la festa, mi alzo dal letto con l’idea dell’avventura. Teresa e Pietro sono pronti, li vedo bere il caffè con felpe fluorescenti e una fascia in testa, decisi a correre incuranti del freddo. Bien, noi iniziamo a correre subito, tu ci segui in bici, arriviamo alla Bibliothèque Mitterand, dove abbiamo appuntamento con Mina e gli altri, e poi iniziamo a costeggiare la Senna. Nessun problema, penso. Via! Usciamo nell’unica giornata fredda del mio periodo parigino.

Scegliamo con cura un velib’ le cui ruote non siano troppo sgonfie, i cui freni funzionino, il cui manubrio non sia stato manomesso. Regolo per bene l’altezza del sellino, inserisco la mia borsa nel cestino, legandola con un lucchetto metallico fornito in dotazione. La bicicletta è pesante, le foglie gialle sulla pista ciclabile mi destabilizzano e mi fanno oscillare, ma ci metto poco ad abituarmi e a trovare il mio equilibrio. Il paesaggio è industriale, ben si addice al cielo azzurro e grigio di Parigi, e senza quasi accorgermene, cavalcando una salita ripida e sorpassando un ponte, arrivo alla Bibliothèque, un luogo sospeso nel vuoto e da me molto frequentato. Ora lo costeggio seguendolo con la coda dell’occhio da un’altra prospettiva, per poi virare velocemente a sinistra, dove troviamo gli altri, pronti a saltellare. Sono costretta a prendere la bicicletta in spalla per attraversare i ponti sul fiume. Sono un po’ preoccupata, ma Pietro e gli altri mi danno una mano e mi aspettano. Alla fine in alcuni tratti vado più lenta di loro, ma poi recupero, pedalo, pedalo, prendo il vento in faccia, sento la pelle tirare per il freddo e sono sicura di avere il naso e gli zigomi rossi, ma non sono mai stata più felice e ricca di aria buona.

Attraversiamo il lungosenna dalla parte del Batofar, una péniche sull’acqua molto attiva d’estate, continuiamo sotto alcuni ponti maleodoranti, luoghi dormitorio dei clochards, immagino le loro vite, vedo le coperte, gabbiani in alto e uccelli bellissimi sul muretto, i grattacieli svettano sulla rive droite con i loro finestrini trasparenti, il paesaggio è freddo, e pedalo, pedalo, non ho il tempo di pensare e neanche di fare fotografie. Del resto, la fotografia renderebbe statico qualcosa la cui bellezza non è in sé, ma nell’esperienza del movimento e dell’azione. Gli alberi sono veloci macchie arancioni e gialle. Ho i guanti ben saldi. Ho i capelli arruffati, ho gli occhi brillanti. Incontriamo altre persone che corrono in senso contrario al nostro e sorridiamo, chiacchieriamo con i corridori, faccio un po’ da allenatrice del gruppo e tengo il tempo. Il paesaggio cambia, un gruppo fa tai chi sul bordo del fiume dentro un parco. Le foglie creano un manto soffice e morbido: siamo all’altezza del Louvre. Ho percorso circa dieci kilometri questa domenica. I miei amici tornano indietro, li aspetta il Salone del Vino, io invece voglio godermi un altro po’ la città, sulla mia due ruote, la bellezza, i profumi (questa volta sì) del fiume, gli incroci di sguardi tra i passanti, la sensazione di movimento, una sensazione di pienezza e di stupore. Mi perderò, incontrerò un gruppo di ragazzi che si son persi come me, insieme troveremo la strada, girando a caso tra vetrine e librerie. E Parigi non è mai stata così calda.

Silvia Poti

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